Gli sciacalli della disinformazione.

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Beppe Viola, il più geniale giornalista sportivo della storia, nel 1977, in occasione del derby Milan-Inter, giocato secondo Viola “in modo inverecondo”, durante il collegamento con la Domenica Sportiva, chiese alla regia di mandare in onda le immagini di un derby passato, perché quelle della partita a cui aveva assistito non erano degne di essere trasmesse.

Quella trovata intelligente e dissacrante di Viola rimarrà nella storia come un paradosso della corretta informazione: non c’era modo migliore per raccontare un evento se non attraverso immagini che con quell’evento non c’entravano nulla. A dir poco geniale.

Ma erano i tempi di Beppe Viola, mica del “grandecocomero”. Oggi, nell’epoca della rete, i promotori della cattiva informazione – i gestori di siti che vedono crescere i loro introiti grazie al numero di visualizzazioni – non si creano scrupoli nel raccontare eventi attraverso immagini che con quegli eventi non c’entrano nulla (o confezionare bufale ad arte) solo per attirare attenzione e clic, abusando della credulità popolare che, si sa, in rete purtroppo abbonda. Sciacalli, insomma, che sfruttano il “popolino” del web. La formula è semplice: titoli accattivanti, articoli all’apparenza attendibili, e i clic (e giro d’affari) sono assicurati.

Proprio in queste ore i social network sono pieni di foto strazianti di scenari di guerra, prese a casaccio qua e là, spacciate per immagini dei bombardamenti francesi in Siria dopo gli attentati di Parigi. Nessun minimo tentativo di verifica e le immagini diventano – come si usa dire nel linguaggio di internet – virali.

Il tutto per fare cadere nella “rete” migliaia di utenti ignoranti e distratti (migliaia di clic, migliaia di euro/dollari), e procurando danni irreparabili non solo all’informazione ma alla società (non quella virtuale) intera.

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Il male minore.

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L’ultima idiozia, in ordine di tempo, è la repellente propaganda politica della deputata grillina Roberta Lombardi, che pochi minuti dopo la morte di un bambino nella metropolitana di Roma, con un post su Facebook attacca il sindaco Marino, a suo avviso  responsabile di quel tragico evento, scatenando l’indignazione generale.

A pensarci bene, però, ci sarebbe poco da indignarsi e limitarsi ad archiviare l’ennesima infelice uscita, frutto della stupidità grillina, insieme alle tante altre. Dalla mafia che aveva una morale del padrone Grillo alle agenzie in Nord Africa per le domande di asilo di Di Maio, passando per “sto con l’Isis, vanno capiti” di Di Battista al diritto d’autore sugli Euro della deputata Ciprini, senza dimenticare l’on. Sibilia, il trionfo dell’ottusità grillina: il matrimonio tra specie diverse, l’allunaggio che non c’è mai stato, gli omicidi di Falcone e Borsellino come atto rivoluzionario.

L’elenco è lungo, lunghissimo. Ma c’è qualcosa che non torna. Secondo la logica del buon senso,  a ogni uscita del genere si dovrebbe assistere a una perdita di consensi per il M5S. E invece avviene esattamente il contrario. Un inspiegabile rapporto direttamente proporzionale: più boiate dicono e fanno, più aumentano i voti, i simpatizzanti, gli aderenti. A questo punto c’è una sola spiegazione: chi ha creato il soggetto politico Cinque Stelle ha tenuto conto del fatto che gli stolti rappresentano una consistente parte del Paese. Un’indagine di mercato, insomma, che sta dando i suoi frutti. Basta scavare a fondo, aumentare sempre più il livello di stoltezza nelle uscite, e tutti gli stolti prima o poi saranno conquistati.

E per rappresentare gli stolti chi meglio degli stolti stessi? Crimi, Di Battista, Lombardi etc. Stolti che nessuno avrebbe mai preso in considerazione, ma abili e arruolati nel contenitore grillino, messi a occupare un ruolo delicato e di prestigio come quello di parlamentare della Repubblica.

Il refrain lo conosciamo già: sì, ma loro sono onesti e gli altri no. E questo non è vero, perché non tutti i politici degli altri partiti, grazie a Dio, sono disonesti.

Ma se davvero così fosse,  davanti alla scelta obbligata tra una classe politica di stolti e una di disonesti, io sceglierei di gran lunga la seconda. Il male minore.

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5 Maggio 2002, quell’umiliazione all’Inter che la Juve pagò a caro prezzo.

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Roma, 5 Maggio 2002. Stadio Olimpico, tribuna. Massimo Moratti e Marco Tronchetti Provera assistono increduli all’ennesima umiliazione della loro squadra. Quella domenica mattina gli interisti si svegliarono già campioni d’Italia, andarono a dormire terzi in classifica.

Per ogni juventino che si rispetti, il 5 Maggio del 2002 è una delle date più belle. Non solo uno scudetto vinto all’ultima giornata, ma anche ai danni dell’Inter, così convinta di averlo già in bacheca da avere fatto stampare le magliette celebrative.

Ho sempre sostenuto che Calciopoli, però, nacque proprio quel giorno, in quelle ore, in quello stadio, al fischio finale di Lazio-Inter 4-2. Moratti e Tronchetti Provera sembrano pensarlo proprio in quel momento. Quasi si riesce a percepirlo dai loro sguardi.

La misura era colma. Miliardi spesi, per lo più in brocchi, per non vincere nulla, umiliati per più di un decennio da Milan e Juve. Ma quella del 5 Maggio fu la madre di tutte le umiliazioni. Lo champagne rimasto in frigo, il marchio indelebile di squadra perdente. L’era Moratti sarebbe rimasta nella memoria solo per quel 5 Maggio. La credibilità di un imprenditore sotto i piedi, con effetti devastanti non solo nel calcio.

Per togliersi quell’ingombrante etichetta di zimbello del paese del pallone – e il calcio, ricordiamolo, è la vetrina più importante per un imprenditore che si rispetti – Massimo Moratti doveva vincere, a ogni costo. E per potere vincere, non essendo capace di farlo sul campo, non gli restava che escogitare qualcosa che andasse oltre il rettangolo di gioco. Dopo quattro anni scoppiò Calciopoli, una triste vicenda inserita a pieno titolo nel pasticcio spionistico dello scandalo Telecom, tra intercettazioni illegali e pedinamenti. La storia ci ha poi raccontato che fu tutta una farsa. Intanto, però, l’Inter riuscì a portarsi a casa immeritatamente scudetti e coppe.

Se l’Inter però avesse vinto lo scudetto 2002, ne sono certo, il processo Calciopoli non sarebbe mai esistito. Sarebbe venuto meno il frivolo principio tutto interista che nel 2006 stava alla base dell’ancora più frivolo sistema di accuse: «non vinciamo da 17 anni perché la Juve ruba!».

Nel 2006, invece, con uno scudetto vinto appena 4 anni prima, quell’assurdo principio non avrebbe avuto alcun fondamento.

Il 5 maggio 2002, la Juventus vince sì uno dei suoi scudetti più belli, ma firma anche la sua condanna.

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Segnali di civiltà.

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Un onesto cittadino sarebbe stato picchiato con pugni in faccia da un componente dello staff di un disco pub di Palermo. L’onesto cittadino avrebbe “osato” lamentarsi per l’ennesima volta a causa della musica a tutto volume proveniente dalla discoteca il cui ingresso, incredibilmente, è nello stesso portone della sua abitazione.

Da dieci anni l’onesto cittadino sarebbe alle prese con un vero e proprio calvario, fatto di notti insonni e perdita della propria serenità. Adesso anche le botte. E non sarebbe nemmeno la prima volta.

Probabilmente, a seguito dei dovuti accertamenti e delle dovute indagini, potrebbero scattare sanzioni amministrative e penali nei confronti dei gestori e dei presunti aggressori. Ma in una città civile, ancor prima dei provvedimenti della giustizia ordinaria, ancor prima delle decisioni uscite fuori dalle aule dei Tribunali, sarebbe bello che a emettere la propria sentenza fossero gli abituali e occasionali frequentatori di quel disco pub: “voi disturbate il riposo delle persone e li picchiate pure? Noi da voi non ci mettiamo più piede!””.

Ecco quale sarebbe la vera giustizia per quell’onesto cittadino e per una città che ha maledettamente bisogno di segnali di civiltà.

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Tempi moderni.

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Tempi che cambiano. Cose, persone e luoghi ormai smarriti o che vanno smarrendo. Il calore dei rapporti umani che la fredda società odierna non sembra più considerare. Un lucido (e amaro) racconto di vita vissuta.

di Luciano Palmeri*

 Ieri è crollato l’ultimo baluardo. Mi ero recato a Calatafimi, dal mio barbiere che oramai da quasi trent’anni era parte integrante della mia vita ed amara sorpresa ho trovato la saracinesca abbassata, il “salone” smontato. Attimi di sgomento hanno avuto il sopravvento sulla mia solita calma serafica, sono rimasto immobile, con la mano sulla maniglia e totalmente disorientato. Il mio barbiere aveva chiuso l’attività ed è andato in pensione.

Mi è crollato il mondo addosso, in un solo momento ho visto passare davanti tutta la mia vita, i rituali appuntamenti, l’odore di dopobarba scadente conservato nel bottiglione che era lì da una vita e sempre allo stesso livello, la fascia di cuoio usata per affilare il rasoio, la collezione di forbici accanto al lavandino, le schedine usate per pulire il rasoio, i calendari con Lilli Carati, le poltrone anni 50 i divanetti in vilpelle, il tavolino, che una volta era pieno di riviste da barbiere: Stop, Abc, Cronaca Vera.

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Ho subito realizzato che una parte della mia vita era andata via, oramai perduta per sempre, irrimediabilmente.

Direte voi, ma un barbiere, che vuoi che sia, cambia ce ne stanno altri!

Eh no, cari miei, il barbiere di una volta era un’istituzione, il suo locale era un’istituzione. Si andava dal barbiere, oltre che per usufruire dei suoi servizi – barba e capelli – per aggiornarsi, per conoscere tutte le novità del paese, per sapere i gossip, chi era l’amante del prete, i racconti pruriginosi del sindaco beccato in posti equivoci a Milano, le storie di corna e di vita vissuta della comunità.

Ma il barbiere era anche il luogo di discussioni appassionate su quando e come dovevano piantarsi le fave ed i piselli, di qual era il concime migliore per i broccoli e l’orto era il luogo di discussione sui metodi migliori per la caccia.

Era una scuola di vita, spesso ci si andava da ragazzini, oltre che per guardare i calendari osè e le riviste che non avresti mai trovato in nessun altro luogo al mondo, anche per ascoltare le storie di vita, di chi ne sapeva più di tutti e raccontava aneddoti e fatti, sempre gli stessi, ma sempre diversi, arricchiti di balle che cambiavano ogni giorno, più o meno credibili.

Anche l’arredamento, tipico della fine degli anni sessanta costituiva una sorta di boudoir irripetibile: la plastica alle pareti, le poltrone laccate di bianco ed in pelle rossa, la mitica poltrona a cavalluccio che costituiva il battesimo di vita dei bambini che per la loro prima volta venivano ammessi nel “sancta sanctorum” degli uomini e che alla fine avevano tutti lo stesso taglio.

Dopo lo shock iniziale mi sono ritrovato a vagare per Alcamo in cerca di un posto simile che potesse sostituire in qualche modo quanto avevo perduto ed alleviare il mio dolore, ma è stato un vagare desolante, in mezzo a vetrine scintillanti e sfavillanti con insegne accattivanti – “i parrucchieri” “parrucchieri per uomo” – locali con arredamenti ultramoderni, con attrezzature ultratecnologiche, locali algidi, freddi, privi di qualsivoglia valore umano, con marionette vestite all’ultima moda che si atteggiano con forbici e pettini.

Magari saranno più bravi, o più glamour come si dice oggi, ma come si fa a passare un ora nei loro atelier? In silenzio e con musica di sottofondo? E già perché ora si chiamano atelier e non più “saloni” come una volta.

Anonimi maneggiatori di forbici per ominicchi che scelgono i loro tagli da riviste glamour o dall’Ipad, ecco cosa sono diventati, ed ora ditemi voi, come posso io entrare in un locale del genere, come posso io, che porto lo stesso taglio da quasi trent’anni entrare in un posto simile?

A parte le liti, che saranno animate, per il mio taglio, ma di che discuto? Non potrò più essere a conoscenza dei fatti del paese, non ci saranno più le discussioni animate sulla politica, sullo sport, non c’è più il fenomeno che racconterà le sue imprese fantastiche (avvenute sempre fuori paese).

Ahimè, questi sono sintomi del decadimento della nostra società, della perdita dei valori, della spersonalizzazione della gente, che ci fanno essere indifferenti l’uno verso l’altro, che ci portano a non salutare il nostro vicino di pianerottolo ed a vivere una vita perfettamente anonima.

Non immaginavo che il progresso portasse a questo. Da bambino pensavo al 2000 come un mondo nel quale avremmo vissuto meglio ed invece è peggiorato tutto, sono peggiorati i rapporti umani, sono peggiorati i paesi e le città, il progresso tecnologico che doveva migliorare le nostre vite le ha invece distrutte, le città sono invivibili, le piazze vuote di uomini e piene di automobili che hanno preso il sopravvento, le abitazioni si sono ridotte a cubicoli dove ognuno vive chiuso nel suo mondo e davanti al suo pc, soli sempre di più, rinchiusi nel nostro egoismo che ci ha incattiviti.

Pensiamo di vivere in un mondo migliore invece lo abbiamo distrutto. Ed alla fine non so dove cavolo andare a tagliarmi i capelli…………..finirò con le treccine rasta!

Ciao Mario!

*Luciano Palmeri nella vita è un consulente del lavoro, ma anche un bravo musicista. Appassionato della buona tavola, cura un blog di cucina tradizionale http://cucinapoveratradizionalesicula.webnode.it/chi-siamo/

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Dall’Altra Parte Della Duna

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C’è la storia di Michele diventato un imprenditore miliardario dopo essere partito per gli USA solo per guadagnare i soldi necessari per realizzare il suo sogno: acquistare una Fiat Duna. E quella di Carmelo che la sua Duna 60 invece la portò a Washington, fu assunto alla sicurezza della Casa Bianca e una volta, giura, ci trasportò in segreto Ronald Reagan e Fidel Castro. Marta e Daniele, venditori di abbigliamento nei mercatini, si imbarcarono alla volta degli States con la loro Duna Weekend piena di vestiti pacchiani, a un semaforo li notò per caso Michael Jackson e li prese come stilisti personali. Carla per avere posteggiato la sua Duna in doppia fila, sventò un attentato davanti alla sede della Goldamn Sachs, venne assunta e oggi occupa un posto di vertice nella banca d’affari più grande del mondo. Faro ebbe la fortuna di incrociare Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird in panne sulla Fifth Avenue, diede loro un passaggio con la sua Duna 1.7 DS e oggi è un pezzo grosso dell’NBA.
I personaggi raccontati nel nuovo libro di Lucio Luca, vice caporedattore di Motori&Cavalli, sono soltanto alcuni dei siciliani d’America che sono riusciti a sfondare grazie all’auto che in Italia è stato il peggior aborto che l’industria automobilistica potesse produrre: la Fiat Duna. “Ma – come spiega l’autore – a bordo di quel cesso di auto non si sono scoraggiati e si sono buttati a capofitto nelle proprie attività”.

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Naturalmente questo post è uno scherzo. Il vero libro di Lucio Luca è Dall’altra parte della luna – Siciliani d’America che ce l’hanno fatta e racconta le storie di siciliani che hanno avuto successo negli Stati Uniti.

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Il libro, edito dalla Pietro Vittoretti Editore, è già negli scaffali e costa 13 euro. Sarà presentato a Palermo domenica 7 dicembre alle ore 18 all’Auditorium della Rai di viale Strasburgo.

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Ai miei venticinque lettori.

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Cari fedeli venticinque lettori,

Domenica 7 dicembre 2014 alle ore 18 presso l’Auditorium Rai (viale Strasburgo,  Palermo) sarà presentato il nuovo libro di Lucio Luca Dall’altra della lunaSiciliani d’America che ce l’hanno fatta.

Un libro che già si preannuncia come un vero e proprio successo editoriale.

Non vi anticipo nulla, perché sono certo che Domenica 7 dicembre alle ore 18 ci sarete tutti e venticinque.

Vi aspetto.

 

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Beppe Grillo, vittima delle sue stesse battute.

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Una delle battute più simpatiche di Beppe Grillo, quando era ancora solo un comico prima di diventare leader di un movimento comico, era questa:

«I referendum abrogativi. Dove per dire sì devi votare no. E per dire no devi votare sì. Come uno che va a sposarsi e il prete dice: “La vuoi mandare a cagare?” “No.” “Allora vi dichiaro marito e moglie“».

Tanto simpatica che andò a finire tra le mitiche Formiche di Gino e Michele.

Oggi Beppe Grillo è riuscito nell’ardua impresa di diventare egli stesso vittima delle sue stesse battute.

Per cacciare dal Movimento altri due deputati del M5S, Massimo Artinni e Paola Pinna, attraverso la democratica (!) procedura di espulsione con voto sul suo blog-miniera d’oro, Grillo ha infatti utilizzato lo stesso metodo dell’istituto referendario, dove per dire sì devi votare no e per dire no devi votare sì, escamotage per confondere ulteriormente le già non tanto brillanti menti degli attivisti grillini.

Anziché un semplice “Pinna e Artini devono rimanere nel M5S?” un aggrovigliato “Sei d’accordo che Pinna e Artini NON possano rimanere nel Movimento 5 Stelle?

E chissà per quanto tempo gli iscritti grillini saranno rimasti con la mano ferma sul mouse prima di capire se bisognava cliccare sul SI’ o sul NO per mandare a cagare i due deputati.

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Handicappato a chi?

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La vicenda che ha  visto  protagonisti  i  due parlamentari dell’Assemblea Regionale Siciliana Giovanni Greco (Partito dei Siciliani) e Franco Rinaldi (PD), con il primo che ha insultato il secondo per via del suo handicap (anzi, “la sua” handicap), ricorda per certi versi la lite avvenuta circa un paio di anni fa, non in un’aula istituzionale ma in un campo di calcio (e qui sarebbe utile capire quale dei due è il luogo più serio e autorevole), durante un Fiorentina-Novara tra l’allora calciatore viola Adem Ljaijc e il suo allenatore Delio Rossi. Il giocatore serbo, in preda all’ira dopo essere stato richiamato in panchina dal suo mister, lo avrebbe insultato pesantemente con la frase “Sei più handicappato di tuo figlio”. Alla fine si scoprì che si trattava di una bufala. Ljaijc insultò sì Delio Rossi, ma l’oggetto degli insulti sarebbe stata la moglie e non il figlio. Ma la precisazione contò poco. Il dibattito sul termine handicappato, utilizzato in modo dispregiativo, era già partito.

In quel periodo, il mio amico Filippo mi rilasciò una chiacchierata-intervista. Oggi, dopo il caso Greco-Rinaldi, la ripropongo.

Chi ha problemi fisici come i tuoi, Filippo, è un handicappato? Tu, Filippo, sei un handicappato?                                                                                                 Handicappato vuol dire essere il più forte, il più fortunato”.

Cioè?                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         Il termine hand in cap è di provenienza anglosassone, letteralmente significa “mano nel cappello” ed era una riffa ottocentesca. Brevemente si può spiegare così: si mettevano dei bigliettini con su scritto il premio in palio dentro una bombetta e i partecipanti, infilando la mano dentro il cappello, estraevano un biglietto: il più fortunato prendeva il vincente e si aggiudicava la riffa. Il vincitore invitava poi tutti i partecipanti a bere, i quali a loro volta inneggiavano  gridando Go handy! Go handy!”.  Qualche anno dopo, il vocabolo handicap venne usato nel gergo ippico: in una competizione ippica se un cavallo era più forte rispetto agli altri partecipanti, i giudici di gara gli applicavano un handicap, cioè una zavorra affinché gareggiasse alla pari con i suoi avversari. Quindi l’etimo del vocabolo handicap letteralmente significa peso o zavorra messa sopra il più forte. Il legislatore italiano ha coniato il termine handicappato pensando alla radice etimologica della parola, dunque il più fortunato o zavorra messa sopra il più forte, elemento di cui dovrebbero essere a conoscenza tutti coloro che hanno la certificazione art.3 legge 104/92, genitori compresi. Nella legge 104/92 il termine handicappato viene usato almeno 66 volte.

E’ una brutta legge allora la 104.                                                                                         No, non lo è affatto. Al contrario la legge quadro 104/92 è la fonte legislativa più completa per la promozione ed inserimento della persona con diversabilità. Il fatto più eclatante è che ne sia a conoscenza un esiguo 5% della popolazione avente diritto. 

Torniamo al termine handicappato.                                                                                   È da precisare che la parola disabilità o handicappato fa esordio nel 1980, quando l’organizzazione mondiale della sanità (oms) ha pubblicato una prima classificazione internazionale delle menomazioni, delle disabilità e degli handicap (icidh). In italia il nuovo vocabolo disabilità fa esordio nel linguaggio giuridico e normativo il 7 febbraio 1982 in una comunicazione del Consiglio dei Ministri. Ma ancora oggi permane nel lessico legislativo e sociale italiano il termine disabile o handicappato. Un ventennio dopo, il 22 maggio 2002, l’organizzazione mondiale della sanità corre ai ripari con la formulazione di una nuova classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute denominata ICF, in cui  i tre termini portanti della precedente versione (menomazione, disabilità, handicap) sono stati sostituiti da funzioni e strutture corporee, attività, partecipazione. La modifica non riguarda solo la nomenclatura, ma l’angolazione del focus concettuale. I termini menomazione, disabilità, handicap contengono in sé l’etimologia “non”. E’ cioè a causa di un organo fisico o psichico deficitario che si arriva alla condizione di disabilità, termine che mette in evidenza ciò che non è possibile fare. Il termine handicap, invece, indica la serie di ostacoli fisici e stigmatizzazioni imposte dalla società. Nonostante tutto, in Italia ancora oggi sono di uso corrente i termini menomato, disabile ed handicappato, comuni nel lessico italiano e legittimati dalla legge.  Buona parte dei mass media mostra la stessa tendenza all’uso della parola handicappato. A nessuno dei nostri politici, sensibili al varo di eccellenti leggi per la promozione ed inserimento del disabile, è mai venuto in mente di seguire le direttive dell’organizzazione mondiale della sanità.

E allora capita che il termine handicappato viene usato come un insulto.    Già. Mi chiedo, dunque, se sapremo porre mai fine alla denigrazione gratuita nei nostri confronti e se i diretti interessati faranno qualcosa in merito, piuttosto che mettere la testa sotto la sabbia. Se rifiutiamo il potere di  denunciare a voce alta, ci trasformiamo in complici.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      Ne deduco, quindi, che siano proprio i nostri legislatori ad addossarci uno stigma che ci etichetta negativamente e che sia la società a renderci handicappati, ostacolando il nostro cammino con barriere strutturali e non solo di ogni tipo.                                           Se ci chiudiamo nel nostro silenzio diventiamo omertosi, avallando quella che è la più grande spina nel fianco della nostra terra: si chiama mafia e so quanto sia disturbante per molti sentirla pronunciare.

Politica, mafia? Che c’entrano con la diversabilità?                                                   La diversabilità non ha un colore politico, ma evidentemente in passato deve essersi dimostrata un ottimo serbatoio di voti. Perché nessuno ha mai proposto un disegno di legge che elimini dalla legge handicappato vs diversabile? A me non interessa la compassione.  Io pretendo la comprensione.

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L’unica cosa che sappiamo fare in Italia è sputare in faccia a chi perde.

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«L’unica cosa che sappiamo fare in Italia è sputare in faccia a chi perde». Assolutamente vero. L’Italia è stata buttata fuori dal Mondiale dopo la sconfitta di ieri subita dall’Uruguay. I commenti dei tifosi sono stati implacabili, i titoli dei giornali peggio. “Che pippe” titola spietato Il Tempo. E poi tra disastri! sfasci! azzerati! espulsi! fallimento! tutti a casa! la stampa italiana non si è risparmiata e ha tenuto il passo dei suoi lettori: sputare appunto in faccia a chi perde. Una volta i giornali fornivano opinioni ai lettori, oggi invece accade esattamente il contrario: pur di vendere scrivono quello che i lettori si aspettano di leggere.

La Nazionale obiettivamente non ha fatto un grande Mondiale, come del resto tante altre Nazionali, sia quelle che prematuramente sono tornate a casa, sia quelle che ce l’hanno fatta a passare il turno. Perché il calcio, oltre che di tecnica, bravura e cuore è fatto di episodi. E l’episodio che condanna gli azzurri non è certo l’espulsione di Marchisio o la dentata di Suarez. L’episodio decisivo è il gol dell’Uruguay. Vince chi fa più gol, su questo non ci piove. Senza la zuccata vincente di Godin sarebbe andata diversamente e non solo per quanto riguarda il prosieguo del cammino in Brasile. Se il pallone colpito dalla testa di Godin fosse finito sulla traversa o tra i guanti di Buffon, oggi le critiche sarebbero elogi e gli sputi in faccia attestati d’amore.

Proviamo allora a immaginare quali sarebbero stati i titoli dei giornali se quell’episodio -quel colpo di testa vincente- non si fosse mai verificato.

  • Eroi!
  • Grazie ragazzi!
  • Cuore azzurro!
  • Fantastici!
  • In inferiorità numerica e con un caldo insopportabile gli azzurri respingono gli assalti dell’Uruguay.
  • La sconfitta con il Costa Rica solo un incidente di percorso: l’Italia c’è!
  • Espulsione assurda di Marchisio. All’orizzonte un altro caso Moreno, ma questa volta gli azzurri non mollano.
  • L’errore arbitrale poteva costarci caro, sarebbe stata un’eliminazione ingiusta.
  • Arbitraggio scandaloso, Suarez morde la spalla di Chiellini e il direttore di gara non si accorge di niente.
  • Funziona il blocco difensivo bianconero: Barzagli, Bonucci e Chiellini annullano Cavani e Suarez.
  • Buffon strepitoso: compie miracoli e salva l’Italia.
  • Solito immenso Pirlo, superlativo Verratti.
  • Prandelli: grandi ragazzi, ma adesso si fa sul serio.
  • Abete: il progetto Italia prosegue a meraviglia.

P.S. Un plauso a L’Unione Sarda, l’unica testata che non ha sputato in faccia a chi perde con un più che realistico Italia eliminata dall’arbitro.

P.P.S. La frase “L’unica cosa che sappiamo fare in Italia è sputare in faccia a chi perde” è di Piero Messina.

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