Tempi moderni.

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Tempi che cambiano. Cose, persone e luoghi ormai smarriti o che vanno smarrendo. Il calore dei rapporti umani che la fredda società odierna non sembra più considerare. Un lucido (e amaro) racconto di vita vissuta.

di Luciano Palmeri*

 Ieri è crollato l’ultimo baluardo. Mi ero recato a Calatafimi, dal mio barbiere che oramai da quasi trent’anni era parte integrante della mia vita ed amara sorpresa ho trovato la saracinesca abbassata, il “salone” smontato. Attimi di sgomento hanno avuto il sopravvento sulla mia solita calma serafica, sono rimasto immobile, con la mano sulla maniglia e totalmente disorientato. Il mio barbiere aveva chiuso l’attività ed è andato in pensione.

Mi è crollato il mondo addosso, in un solo momento ho visto passare davanti tutta la mia vita, i rituali appuntamenti, l’odore di dopobarba scadente conservato nel bottiglione che era lì da una vita e sempre allo stesso livello, la fascia di cuoio usata per affilare il rasoio, la collezione di forbici accanto al lavandino, le schedine usate per pulire il rasoio, i calendari con Lilli Carati, le poltrone anni 50 i divanetti in vilpelle, il tavolino, che una volta era pieno di riviste da barbiere: Stop, Abc, Cronaca Vera.

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Ho subito realizzato che una parte della mia vita era andata via, oramai perduta per sempre, irrimediabilmente.

Direte voi, ma un barbiere, che vuoi che sia, cambia ce ne stanno altri!

Eh no, cari miei, il barbiere di una volta era un’istituzione, il suo locale era un’istituzione. Si andava dal barbiere, oltre che per usufruire dei suoi servizi – barba e capelli – per aggiornarsi, per conoscere tutte le novità del paese, per sapere i gossip, chi era l’amante del prete, i racconti pruriginosi del sindaco beccato in posti equivoci a Milano, le storie di corna e di vita vissuta della comunità.

Ma il barbiere era anche il luogo di discussioni appassionate su quando e come dovevano piantarsi le fave ed i piselli, di qual era il concime migliore per i broccoli e l’orto era il luogo di discussione sui metodi migliori per la caccia.

Era una scuola di vita, spesso ci si andava da ragazzini, oltre che per guardare i calendari osè e le riviste che non avresti mai trovato in nessun altro luogo al mondo, anche per ascoltare le storie di vita, di chi ne sapeva più di tutti e raccontava aneddoti e fatti, sempre gli stessi, ma sempre diversi, arricchiti di balle che cambiavano ogni giorno, più o meno credibili.

Anche l’arredamento, tipico della fine degli anni sessanta costituiva una sorta di boudoir irripetibile: la plastica alle pareti, le poltrone laccate di bianco ed in pelle rossa, la mitica poltrona a cavalluccio che costituiva il battesimo di vita dei bambini che per la loro prima volta venivano ammessi nel “sancta sanctorum” degli uomini e che alla fine avevano tutti lo stesso taglio.

Dopo lo shock iniziale mi sono ritrovato a vagare per Alcamo in cerca di un posto simile che potesse sostituire in qualche modo quanto avevo perduto ed alleviare il mio dolore, ma è stato un vagare desolante, in mezzo a vetrine scintillanti e sfavillanti con insegne accattivanti – “i parrucchieri” “parrucchieri per uomo” – locali con arredamenti ultramoderni, con attrezzature ultratecnologiche, locali algidi, freddi, privi di qualsivoglia valore umano, con marionette vestite all’ultima moda che si atteggiano con forbici e pettini.

Magari saranno più bravi, o più glamour come si dice oggi, ma come si fa a passare un ora nei loro atelier? In silenzio e con musica di sottofondo? E già perché ora si chiamano atelier e non più “saloni” come una volta.

Anonimi maneggiatori di forbici per ominicchi che scelgono i loro tagli da riviste glamour o dall’Ipad, ecco cosa sono diventati, ed ora ditemi voi, come posso io entrare in un locale del genere, come posso io, che porto lo stesso taglio da quasi trent’anni entrare in un posto simile?

A parte le liti, che saranno animate, per il mio taglio, ma di che discuto? Non potrò più essere a conoscenza dei fatti del paese, non ci saranno più le discussioni animate sulla politica, sullo sport, non c’è più il fenomeno che racconterà le sue imprese fantastiche (avvenute sempre fuori paese).

Ahimè, questi sono sintomi del decadimento della nostra società, della perdita dei valori, della spersonalizzazione della gente, che ci fanno essere indifferenti l’uno verso l’altro, che ci portano a non salutare il nostro vicino di pianerottolo ed a vivere una vita perfettamente anonima.

Non immaginavo che il progresso portasse a questo. Da bambino pensavo al 2000 come un mondo nel quale avremmo vissuto meglio ed invece è peggiorato tutto, sono peggiorati i rapporti umani, sono peggiorati i paesi e le città, il progresso tecnologico che doveva migliorare le nostre vite le ha invece distrutte, le città sono invivibili, le piazze vuote di uomini e piene di automobili che hanno preso il sopravvento, le abitazioni si sono ridotte a cubicoli dove ognuno vive chiuso nel suo mondo e davanti al suo pc, soli sempre di più, rinchiusi nel nostro egoismo che ci ha incattiviti.

Pensiamo di vivere in un mondo migliore invece lo abbiamo distrutto. Ed alla fine non so dove cavolo andare a tagliarmi i capelli…………..finirò con le treccine rasta!

Ciao Mario!

*Luciano Palmeri nella vita è un consulente del lavoro, ma anche un bravo musicista. Appassionato della buona tavola, cura un blog di cucina tradizionale http://cucinapoveratradizionalesicula.webnode.it/chi-siamo/

Tempi moderni.ultima modifica: 2015-01-14T12:10:09+00:00da fracascio
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