L’unica cosa che sappiamo fare in Italia è sputare in faccia a chi perde.

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«L’unica cosa che sappiamo fare in Italia è sputare in faccia a chi perde». Assolutamente vero. L’Italia è stata buttata fuori dal Mondiale dopo la sconfitta di ieri subita dall’Uruguay. I commenti dei tifosi sono stati implacabili, i titoli dei giornali peggio. “Che pippe” titola spietato Il Tempo. E poi tra disastri! sfasci! azzerati! espulsi! fallimento! tutti a casa! la stampa italiana non si è risparmiata e ha tenuto il passo dei suoi lettori: sputare appunto in faccia a chi perde. Una volta i giornali fornivano opinioni ai lettori, oggi invece accade esattamente il contrario: pur di vendere scrivono quello che i lettori si aspettano di leggere.

La Nazionale obiettivamente non ha fatto un grande Mondiale, come del resto tante altre Nazionali, sia quelle che prematuramente sono tornate a casa, sia quelle che ce l’hanno fatta a passare il turno. Perché il calcio, oltre che di tecnica, bravura e cuore è fatto di episodi. E l’episodio che condanna gli azzurri non è certo l’espulsione di Marchisio o la dentata di Suarez. L’episodio decisivo è il gol dell’Uruguay. Vince chi fa più gol, su questo non ci piove. Senza la zuccata vincente di Godin sarebbe andata diversamente e non solo per quanto riguarda il prosieguo del cammino in Brasile. Se il pallone colpito dalla testa di Godin fosse finito sulla traversa o tra i guanti di Buffon, oggi le critiche sarebbero elogi e gli sputi in faccia attestati d’amore.

Proviamo allora a immaginare quali sarebbero stati i titoli dei giornali se quell’episodio -quel colpo di testa vincente- non si fosse mai verificato.

  • Eroi!
  • Grazie ragazzi!
  • Cuore azzurro!
  • Fantastici!
  • In inferiorità numerica e con un caldo insopportabile gli azzurri respingono gli assalti dell’Uruguay.
  • La sconfitta con il Costa Rica solo un incidente di percorso: l’Italia c’è!
  • Espulsione assurda di Marchisio. All’orizzonte un altro caso Moreno, ma questa volta gli azzurri non mollano.
  • L’errore arbitrale poteva costarci caro, sarebbe stata un’eliminazione ingiusta.
  • Arbitraggio scandaloso, Suarez morde la spalla di Chiellini e il direttore di gara non si accorge di niente.
  • Funziona il blocco difensivo bianconero: Barzagli, Bonucci e Chiellini annullano Cavani e Suarez.
  • Buffon strepitoso: compie miracoli e salva l’Italia.
  • Solito immenso Pirlo, superlativo Verratti.
  • Prandelli: grandi ragazzi, ma adesso si fa sul serio.
  • Abete: il progetto Italia prosegue a meraviglia.

P.S. Un plauso a L’Unione Sarda, l’unica testata che non ha sputato in faccia a chi perde con un più che realistico Italia eliminata dall’arbitro.

P.P.S. La frase “L’unica cosa che sappiamo fare in Italia è sputare in faccia a chi perde” è di Piero Messina.

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Lettera aperta all’assessore Stancheris.

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Gentile Michela Stancheris,

Lei è assessore al Turismo nella giunta Crocetta. Sappiamo delle sue competenze e del suo curriculum di tutto rispetto, ma questo non ci evita di pensare che se non avesse nel passato ricoperto il ruolo di segretaria del Governatore difficilmente avrebbe avuto un incarico di così alto prestigio. Di donne e uomini preparati come e più di lei in Sicilia ce ne sono a bizzeffe, ma non hanno certo la fortuna di essere vicini all’uomo più potente dell’Isola.

Sin dal suo insediamento ha tenuto a precisare che la sua non è stata una nomina né clientelare né di apparato, ma solo effetto del suo amore per la Sicilia, terra per la quale ha deciso di sacrificare il suo impegno assumendo il ruolo di assessore.

A questo punto sorge spontanea la domanda: perché allora ha deciso di candidarsi alla carica di deputato al Parlamento Europeo sapendo che in caso di elezione avrebbe dovuto abbandonare l’assessorato in Sicilia?

L’incompatibilità tra le due cariche interessa davvero poco. Se c’è o non c’è non importa. L’incompatibilità piuttosto è assolutamente di carattere morale, perché Lei, Stancheris, con la sua scelta di correre per un seggio a Bruxelles ha dimostrato che della Sicilia in realtà non le importa così tanto come vuol far credere e che invece il suo unico interesse è quello di occupare una poltrona. Interesse legittimo, per carità. Non sarà il primo e nemmeno l’ultimo individuo mosso dall’ambizione. E’ abbastanza naturale.

Ma non è assolutamente corretto che Lei utilizzi a suo piacimento un ruolo importante come quello di membro del governo siciliano, con un assessorato determinante per le sorti dell’Isola, in un momento in cui la Sicilia sta attraversando una fase di grave crisi economica come nel resto d’Italia, considerandolo un incarico di ripiego. Sì, di ripiego. ‘Se l’avventura alle Europee dovesse andar male, c’è sempre l’assessorato in Sicilia’. Le pare riguardoso e onesto nei confronti del popolo siciliano a cui Crocetta ha promesso una rivoluzione in cui rientrava –a suo dire– anche la fine del gioco delle poltrone?

La sua onestà intellettuale e la sua integrità politica che tanto tiene a sbandierare dovrebbero condurla oggi, dopo la sua bocciatura alle consultazioni europee, alle dimissioni dal ruolo di assessore regionale al Turismo. Cosa che in verità avrebbe dovuto fare lo stesso giorno in cui ha accettato la candidatura al Parlamento Europeo.

Perché la sua candidatura alle Europee fa venire meno quel senso di sacrificio per una terra che non è nemmeno la sua. L’impegnativo compito di assessore al Turismo –il Turismo, ricordiamolo, è il motore sul quale si basa gran parte dell’economia dell’Isola– necessita di responsabilità e costanza. Lei, qualora fosse stata eletta, lo avrebbe abbandonato senza tanti fronzoli. Alla faccia dell’amore e del sacrificio per la Sicilia!

Oggi le sue dimissioni sono un atto dovuto, perché in caso contrario niente ci toglierà dalla testa che Lei in realtà è solo legata alla poltrona, qualsiasi essa sia.

E soprattutto, qualora rimanesse in carica, la storia che la sua è stata una nomina lontana dalle logiche di apparato e clientelari, tipiche del vecchio sistema di favoritismi, reggerà davvero poco.

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Sì, d’accordo, è cretino: ma è un grillino.

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«Sì, d’accordo, è cretino: ma è di sinistra». Marcello Marchesi sintetizzò con questa battuta l’alta considerazione che la sinistra sessantottina -che si accreditava come depositaria del Verbo, della Verità e della Luce- aveva di sé. Erano però altri tempi.
Le speranze e le illusioni dell’epoca passavano sì dalla radicalità del movimento contro il sistema politico di allora, ma sulla base di una fervente azione sociale, culturale e politica fatta di ciclostilati e di opposizione “extraparlamentare”.
Oggi i ciclostilati sono sostituiti dai post su Facebook e l’opposizione extraparlamentare la fanno i parlamentari stessi che anziché lavorare all’interno della Camera dove sono stati mandati, preferiscono scalarne i tetti.
Sono i grillini, i nuovi cretini, privi per di più di una cultura politica, privi di qualsiasi ideale se non l’obbedienza al padrone Beppe Grillo che cavalcando il disagio sociale aizza le folle distribuendo insulti a destra e a manca. Nient’altro. In pratica, il nulla.
Cretini oltreché sbruffoni perché credono che basta fare parte del M5S per acquisire automaticamente la patente di moralità, di integrità, di capacità di analisi e valutazione politica; credono di essere addirittura in grado di formare un governo da soli e con in mano una soluzione già pronta per ogni problema del Paese. Il tutto in nome di una autorevolezza che non si sa bene da dove provenga.
Cretini e sbruffoni perché convinti che l’appartenenza al M5S procura una sorta di invulnerabilità contro qualsiasi errore e di conseguenza contro qualsiasi critica che gli si possa muovere. Se un grillino -dal capo all’ultimo degli attivisti- commette un errore è giustificato in quanto tale. Senza addurre alcuna motivazione, se non quella che tutto il resto è merda e casta.
Senza contare il benaltrismo dei grillini. Tutto passa in cavalleria quando l’errore arriva dal Movimento di Grillo e Casaleggio.
Se un sindaco del M5S, per fare un esempio, consente disparità di trattamento tra gli alunni nella mensa di una scuola, non c’è niente di grave. Niente ci fa. Mica ha rubato quel sindaco, mica ha ucciso nessuno, mica fa parte della kasta.
Insomma, se oggi Marcello Marchesi fosse vivo, si può esserne certi, direbbe così: «Sì, d’accordo, è cretino: ma è un grillino».

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#vinciamonoi cosa? Se provi a chiederlo a una candidata grillina alle Europee …

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Come è noto, lo slogan del Movimento Cinque Stelle per le imminenti elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo è #vinciamonoi. Cosa vinceranno i pentastellati in una competizione dove l’Italia eleggerà complessivamente 73 deputati su 751 (e meno di una ventina dovrebbero essere quelli del movimento di Beppe Grillo che tra l’altro ha già reso noto che non si collocherà in nessun gruppo) è ignoto ai più.

Allora ho messo da parte tutti i miei pregiudizi nei confronti dei cinquestelle e in maniera pacata e cortese ho chiesto a una candidata alle Europee del collegio Sicilia-Sardegna, tramite la chat di Facebook, di farle una semplice domanda: cosa vuol dire #vinciamonoi?

Credendo forse che si trattasse del solito fan sfegatato grillino, la candidata al Parlamento Europeo si è detta subito disponibile a rispondere al mio quesito.

Ho chiesto quindi cosa significasse quel #vinciamonoi se si tiene conto sia delle competenze e del ruolo del P.E. sia del numero di parlamentari che verranno eletti, che in ogni caso rimane ininfluente.

La grillina all’inizio ha condiviso il mio pensiero: «Tutto vero quello che dice. Anche se prendessimo il 100% dei voti dovremmo comunque trovare delle alleanze anche solo per formare un gruppo parlamentare». Poi però ha continuato con il manuale del perfetto grillino: «Se riusciamo a prendere un solo voto in più del PD, daremmo un segnale alla CASTA che occupa il POTERE … e al RE che occupa abusivamente il Quirinale… gli italiani dimostreranno che non bastano 80 EURO per comprare il loro voto..”, e via dicendo. In chiusura l’immancabile (forse saranno tenuti a dirlo per contratto) «Grillo dal palco è stato più chiaro di me». Amen.

Casta, PD, re abusivo, potere… Per fortuna mi ha risparmiato PD meno elle. Evidentemente non va più di moda nemmeno tra i grillini.

In maniera ancor più cortese, evitando di essere insolente, misurando le parole a una a una per evitare di essere tacciato come seccatore o peggio troll, ho fatto presente alla candidata grillina che da una prossima parlamentare europea -che comunque rappresenterà tutti gli italiani- mi aspettavo qualcosina di più. Mi aspettavo magari che affrontasse gli argomenti in maniera un po’ più costruttiva e con una minima impronta politica rispetto al tizio del bar. Ovviamente con tutta la considerazione per il tizio del bar. «La politica –ho aggiunto- è cosa troppo importante per essere argomentata a livello di bar. La invito a rifletterci».

Non mi ha più risposto.

Credendo allora di essere stato un tantino insolente, ho scritto ancora: «Non era mia intenzione offenderla».

Niente. Nessuna risposta.

Qualche giorno dopo, per cercare di riprendere la conversazione, ho preso in prestito le parole di Grillo a Napoli, per offrire alla candidata del M5S la possibilità di una replica: «Anche io avrei fischiato l’inno. Siamo gli ultrà della politica. Le carogne sono altri, il ministro, la polizia che si fa vedere solo per manganellare, il governo». Questo ha detto Grillo a Napoli.

Lei condivide le parole di Grillo?

Niente. Messaggio visualizzato, ma nessuna risposta.

Sicuro di essere ormai classificato come un troll, torno alla carica in occasione dell’uscita di Grillo in cui si paragona a Hitler. Anzi «oltre Hitler. E se vinciamo processo a politici, giornalisti, imprenditori».

Condivide?

Niente. Silenzio.

Ho capito allora che le astruse idee grilline devono essere lodate e condivise senza disapprovazione e senza alcuna possibilità di contraddittorio, altrimenti non si è più bravi cittadini, tanto da non meritare risposta.

Ma soprattutto ho capito che il #vinciamonoi grillino contiene aspetti a dir poco inquietanti.

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La politica, la morale.

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Nel bellissimo film Lincoln di Steven Spielberg a un certo punto, dopo l’avvincente e a tratti drammatica seduta della Camera in cui venne approvato il 13esimo emendamento della Costituzione che aboliva la schiavitù negli Stati Uniti d’America, un deputato repubblicano favorevole all’abolizione (contrari erano i democratici) dirà: «Il più importante provvedimento del diciannovesimo secolo fu ottenuto grazie alla corruzione, con il complice aiuto dell’uomo più puro in America».

E’ il gennaio del 1865, in piena guerra civile tra il Nord e il Sud. Il presidente è il repubblicano Abramo Lincoln. Già passato al Senato, l’emendamento deve essere quindi approvato alla Camera dove però si scontrerà con la ferma opposizione dei deputati democratici. Lincoln a quel punto, per raggiungere l’obiettivo, decide di servirsi della corruzione per procurare i voti necessari.  Incarichi ben remunerati vengono offerti ad alcuni deputati democratici . «Io sono il presidente degli Stati Uniti, rivestito di un grande potere. L’abolizione della schiavitù mediante un provvedimento costituzionale decide della sorte, per ogni tempo a venire, non solo dei milioni di persone ora in stato di schiavitù, ma dei milioni di persone non ancora nate che verranno: è un provvedimento di tale importanza che questi due voti devono assolutamente essere procurati. Lascio a voi stabilire come si otterrà ciò ma ricordatevi che io sono il presidente degli Stati Uniti, rivestito di un immenso potere, e aspetto che mi procuriate questi due voti». I voti alla fine verranno procurati e l’emendamento verrà approvato grazie al tentativo di corruzione –poi andato in porto– messo in atto da quello che veniva considerato dal popolo americano come l’uomo più onesto del Paese.  

La corruzione quindi come strumento per raggiungere un fine. E qui citare Machiavelli sarebbe pure fin troppo facile. Oggi un atteggiamento del genere farebbe impallidire i puri, farebbe gridare allo scandalo i paladini della “buona politica”, quelli della trasparenza a tutti i costi. Ma come sarebbe andato il corso della Storia se Lincoln fosse stato costretto a cercare di convincere i deputati democratici a votare a favore dell’emendamento in diretta streaming? Come sarebbero andate le cose se Lincoln non avesse fatto ricorso a strumenti “sporchi” e avesse agito in nome dell’onestà e della trasparenza? Ma poi, si può definire disonesto il comportamento del presidente americano se questo è servito per raggiungere un obiettivo favorevole all’uomo e alla società? Insomma, trasgredire le regole morali per raggiungere un obiettivo politico nell’interesse dell’essere umano è cattiva politica?  

La “cattiva” politica è quella che serve per raggiungere fini abietti, non quella che agisce a favore della comunità.  Quando c’è in ballo la sorte di “milioni di persone e di milioni persone non ancora nate che verranno”, non c’è regola morale che tenga  e la “purezza” ad ogni costo degli abusivi della politica odierna rischia di metterla seriamente a repentaglio. Oggi c’è l’errata convinzione che la “buona politica” è quella che agisce in nome dell’assoluta trasparenza, quella che disprezza ogni tipo di accordo tra fazioni opposte, quella –per usare una frase fatta– aliena ad ogni compromesso.  E’ la politica in nome del populismo e della demagogia che scivola via come l’olio sulle spalle delle masse che si ritroveranno a pagare a caro prezzo quest’ondata di uomini politici da strapazzo che delle regole della vera buona politica non ne sanno nulla, facendo nel frattempo un piacere alla corruzione della vera politica cattiva che, nella confusione, avanza inosservata.

 

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I finti stupidi de L’Eredità.

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L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla famiglia. Non sul lavoro. Sulla famiglia. Ha risposto così un concorrente nel corso della puntata di oggi del programma di Carlo Conti L’Eredità. Un giovanottone dallo sguardo poi non tanto stupido. Ci pensa, riflette e poi la spara così, come se non avesse mai sentito parlare del primo articolo della Costituzione. Anzi, come se avesse sentito pronunciare per la prima volta in vita sua la parola Costituzione.

I contorni erano però così esageratamente grotteschi che non poteva non sorgere il dubbio che potesse trattarsi di una messinscena. Una di quelle trovate trash per aumentare l’audience. Come in quei programmi americani dove gli ospiti in studio se le danno di brutto dopo avere cercato invano di chiarire in diretta vecchie diatribe.  Qui invece si prende a cazzotti l’intelligenza, si massacra la saggezza a favore della ormai tanto elogiata follia.

 

Dopo i concorrenti che non sapevano chi fosse Hitler, oggi è spuntato quello che non conosceva il primo articolo della Costituzione. Impossibile, chi non lo conosce? Gli unici a non conoscerlo saranno forse gli ultimi, gli uomini e le donne che hanno avuto la sfortuna di nascere, crescere e vivere in ambienti degradati, dove vengono meno quegli stessi diritti garantiti dalla Costituzione. O forse non lo sapranno i folli, quelli veramente folli. Ma non può non saperlo un venticinquenne, di bell’aspetto, di buona provenienza, che tra l’altro ha affrontato e superato dei test per essere ammesso al programma. Non può non saperlo. Può non conoscere la forma di governo vigente in Italia. E non ci sarebbe nulla di cui stupirsi, considerato che addirittura alcuni parlamentari in carica la ignorano. Ma non può non sapere ciò che se proprio non si vuol ricordare come uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, non lo si può almeno non rammentare come si rammenta un motivetto, uno slogan, una frase celebre.

 

Una finzione, allora. Una messinscena allestita dagli autori di L’Eredità. Ma perché? Cui prodest?

Forse una spiegazione c’è. In un paese che esprime la peggiore classe dirigente del dopoguerra, in un paese governato da una classe politica mediocre, povera di idee e priva di ideali, c’è l’esigenza di celare la pochezza intellettuale di chi governa, sminuendo all’infinito il livello di saggezza del popolo governato. Fare credere che chi governa è comunque più saggio di chi è governato, quando il male peggiore dell’epoca in cui viviamo è rappresentato proprio dal contrario: il peggio che il paese potesse esprimere occupa le poltrone dei palazzi del potere, per via di una tendenza alle urne che premia i mediocri e lascia al palo gli uomini e le donne migliori.

Quello stesso potere -più o meno occulto- che a un giovane che potrebbe rappresentare la maggior parte dei giovani italiani, alla domanda “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul?”, fa rispondere “Sulla famiglia”.

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Dal girotondismo al grillismo: la politica low cost.

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In principio furono i girotondini. Erano gli inizi degli anni duemila. Si trattava della prima vera uscita della cosiddetta “società civile”, tenuta insieme da un movimento, benché principalmente di ispirazione di centrosinistra,  caratterizzato da trasversalità e contaminazione tra ideologie diverse.

E già allora il granitico ruolo dei partiti cominciava a sbriciolarsi. Partiti che fino a quel momento – nonostante la batosta presa dieci anni prima con il ciclone mani pulite – erano comunque riusciti a mantenere la loro funzione nella società: punti di riferimento nonché depositari delle istanze dei cittadini. Sarà Nanni Moretti, leader carismatico dei girotondini, a metterli per la prima volta seriamente in discussione con un non tanto velato avvertimento: «Noi continueremo a delegare ai partiti, ma visto che un po’ ci siamo svegliati la nostra delega non sarà sempre in bianco».

Il movimento dei girotondini quindi precursore del grillismo? Non proprio, perché Moretti e gli altri avevano sì indicato la strada che attraverso la partecipazione popolare avrebbe portato alla progressiva estinzione dei partiti e alla radicale trasformazione delle forme di rappresentanza dei cittadini, ma il linguaggio adottato era evidentemente apparso incomprensibile ai più. Troppo distante infatti da quello della massa. La connotazione intellettuale (a tratti intellettualoide e in fondo in fondo radical chic quanto bastava) dei  girotondini difficilmente sarebbe riuscita ad appassionare la gente comune. La proposta alternativa di Moretti e compagnia rappresentava uno choc troppo forte per una società quella italiana celebre per il suo misoneismo, aggrappata ai tradizionali soggetti politici, che per quanto criticati e deprecati garantivano pur sempre una certa affidabilità. Occorreva un passaggio graduale e il meno traumatico possibile, ma lo stesso Moretti e i vari Francesco Pardi, Paul Ginsborg, Vittorio Foa, Paolo Flores D’Arcais, Furio Colombo, solo per citarne alcuni, non erano di certo le figure più adatte a prendere per mano la gente comune.

Cosa che invece ingegnosamente è stato capace di fare Beppe Grillo che con il suo Movimento Cinque Stelle non solo ha parlato utilizzando un linguaggio comune e facilmente comprensibile, non solo si è tenuto alla larga da intellettuali e intellettualoidi – con i quali comunque  a differenza di un Moretti non avrebbe retto il confronto (a parte Dario Fo, oggi facilmente gestibile anche da un comico come Grillo) – ma ha anche e soprattutto offerto la possibilità a tutti, ma proprio a tutti, di ricoprire un ruolo influente nella gestione della cosa pubblica. Per farlo ha dovuto sdoganare la serietà e l’autorevolezza della politica, ha mortificato la sacralità della politica permettendo così che considerazioni e ragionamenti appena degni da Bar dello Sport venissero pronunciati in Parlamento. Ha fatto in modo che la politica diventasse oggetto di discussione pari al calcio o al festival di Sanremo, cosicché  chi prima dell’avvento di Grillo – consapevole dei propri limiti – si accontentava di parlare di calcio o del festival di Sanermo, ha poi preteso di intervenire nel dibattito politico attraverso analisi (se vogliamo generosamente definirle tali) per lo più scontate, stupide, banali e spesso prive di alcun senso. Ha fatto sì che personaggi come Vito Crimi, Riccardo Nuti, Roberta Lombardi, dal pressoché nullo spessore politico e intellettuale, si permettessero di misurarsi in maniera arrogante e insolente con politici dallo spessore di Pier Luigi Bersani e Enrico Letta che, al di là di come la si pensi, hanno alle spalle un percorso, un’esperienza e una preparazione politica di tutto rispetto.

Grillo ha insomma definito la politica low cost, accessibile a tutti e da tutti praticabile, provocando alla politica e al Paese un danno forse insanabile del quale un giorno dovrà darne conto e ragione.

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Nuti, Faraone e la questione morale ad orologeria.

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Lo dico subito, a scanso di equivoci. Non ho nessuna intenzione di prendere le difese di Davide Faraone. Anche perché sono state più le volte che mi sono trovato in contrasto con le sue posizioni rispetto a quelle in cui le ho condivise. Non ho mai apprezzato – per fare un esempio – il fatto che Faraone ricoprisse contemporaneamente le cariche di deputato regionale e di consigliere comunale, senza optare per una soltanto delle due. Così come non ho condiviso la sua scelta di autoproclamarsi candidato a sindaco di Palermo ben due anni prima del voto, dichiarando guerra al suo partito pretendendone però l’appoggio. Di Faraone poi non mi è mai piaciuta la febbrile corsa alla poltrona, qualunque essa sia, con la partecipazione ad ogni tipo di competizione. Negli anni è stato candidato alla segreteria provinciale del PD, al consiglio comunale di Palermo, all’Assemblea Regionale Siciliana, a sindaco nelle primarie, alla Camera dei Deputati. Qualche giro l’ha vinto, qualcun altro l’ha perso. E’ovvio che mettendosi sempre in gioco, prima o poi qualcosa arriva.

Insomma, di motivi per attaccare Faraone, sul piano politico, ce ne sarebbero. Sul piano politico, appunto. Il deputato del Movimento Cinque Stelle Riccardo Nuti (anche lui ex candidato a sindaco di Palermo, prima di vincere le grilliniadi in rete) ha invece pensato bene di usare altre strategie. Quelle che colpiscono nel segno. Oggi alla Camera durante il dibattito sulla fiducia al governo Letta,  con una scontata teatralità accompagnata dal già abbondante accento palermitano opportunamente rimarcato, quasi a volere sottolineare quell’appartenenza panormita-paramafiosa di chi vuol fare intendere di non essere l’ultimo arrivato e di sapere come gira il mondo (“Ma che crede che nel quartiere San Lorenzo-Resuttana uno non sa a casa di chi va? Tsè…”), il parlamentare grillino è andato a rispolverare una vecchia storia in cui protagonisti sono un mafioso palermitano e Faraone, fresco componente della segreteria del PD di Matteo Renzi. E qui si potrebbe pure intuire il reale bersaglio di Grillo nell’intervento del suo parlamentare.

Il grillino Nuti poi, con dovizia di particolari, per dare il giusto tocco di pathos, ha cominciato a elencare l’arsenale che il mafioso deteneva per conto dei clan: due pistole, due mitragliatori di fabbricazione croata, munizioni, fucili a pompa etc. Dettagli ovviamente importantissimi, come se esistesse un legame tra il numero e il tipo (fabbricazione croata!) di armi che il mafioso custodiva e la visita in cerca di voti di Faraone a casa del boss. Non contento, il deputato pentastellato (seduto accanto a Grillo quando il comico genovese disse che “la mafia non strangola”) ha ricordato anche il servizio confezionato su misura da Striscia la Notizia in cui Faraone  ne esce fuori come un politico che pratica il voto di scambio.

Faraone – lo sottolinea lo stesso Nuti – non è indagato, però “moralmente corrotto”.

E allora proviamo a condividere il pensiero di Nuti. Faraone non è indagato dalla magistratura, però è moralmente condannabile per essersi recato a casa di un boss. Bene. La domanda allora è: perché questa vicenda viene sbandierata in aula proprio dopo la nomina di Davide Faraone a responsabile del welfare e della scuola del Partito Democratico di Renzi? Perché Nuti la storia del mafioso di Resuttana l’ha fatta uscire solo ora, con un coup de théâtre, e non invece subito, appena insediato alla Camera insieme al “collega” Faraone? Non è già forse grave il fatto che ad essere andato a casa di un boss in cerca di voti ed essere “moralmente corrotto” sia un “semplice” parlamentare’?

Il vero obiettivo è forse quindi Matteo Renzi e la sua nuova segreteria del Partito Democratico?

E allora, quanto è immorale sbandierare la questione morale solo per i propri interessi di parte?

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Dalla parte di tutti.

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Andiamo con ordine. Manifestare è un diritto sacrosanto. Tutelare l’ordine pubblico e il bene comune è un dovere dei difensori dello Stato. Un’immagine distorta, frutto di una errata convinzione di fondo, rappresenta la polizia come soggetto chiamato a reprimere qualsiasi … Continua a leggere

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Un coppo di sale e una pistola per Ringo.

Salvo Ruvolo lavora per la Telecom. Se ne va in giro per la Sicilia a mettere ordine agli impianti dell’azienda. Tra un intervento su un “armadio” e un altro, Salvo ha anche la possibilità di conoscere angoli, persone e storie della sua terra. Storie curiose come questa  che io pubblico sul mio blog perché troppo bella. E senza dirgli nulla, perché per lui –comunista com’è – ogni tipo di proprietà è un furto. Figuriamoci quella intellettuale.

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di Salvo Ruvolo

Via Dante comincia a Piazza Castelnuovo e finisce su via Serradifalco. Dal “salotto buono” della città a una zona decorosamente popolare. E qui, all’incrocio fra via Dante e via Serradifalco ho incontrato un personaggio strepitoso: il titolare della bancarella dei coppi di sale. Mi ero fermato lì con un collega per controlli su degli impianti e il mio sguardo era stato attirato dalla pagina di una rivista appiccicata su un armadio di zona della Telecom, un foglio ritagliato raffigurante Giuliano Gemma con pistola e cappellaccio western. Immediatamente ero stato raggiunto dal nostro eroe dei coppi di sale, che mi spiegava: «‘Sta cabbina è sarba pi miraculu! Talè cca, un lu viri ca è ammaccata?»(1) e con il dito indicava una ammaccatura. Poi allargando il palmo, facendo roteare l’avambraccio, con il gesto che rappresenta l’abbondanza fa: «Ccà stamatina successi un burdellu!» (2). In effetti avevo notato che il muro dietro l’armadio era mezzo abbattuto, e la ringhiera staccata e molto piegata. «Una machina si cci jiu a ‘nchiappari stamatina, unn’ è a prima vota ca capita…l’autra vota a mia mi sbagliaru pi picca, a bancarella m’ha finutu ‘ntierra na para i voti». (3)

Poi d’un tratto, facendosi serio, con fare da perito stradale mi fa: «Quannu scura, i machini si partinu i dda sutta sparati, poi arrivando qua, e per una questione di riverbero della luce sulla strada bagnata, la cattiva illuminazione del palazzo di fronte, il riflesso delle luci sulle foglie bagnate ra ringhiera, cci pari ca ccè ancora rettilineo i ravanzi, e si va ‘nchiappanu ‘nna vostra cabbina….sintissi a mia, a facissi livari sta cabbina si cci tiene». (4)

«Mi scusi – gli dico – ma allora è successo altre volte?»
«Uuuuhhhhh, a chistu ru primo piano cci finiu una machina, a chiddu ru sicunnu piano tri machini scripintati! I posteggiavanu cca ravanti…. Io da quando sono qua con la bancarella haju vistu finiri almeno quinnici machini».(5)

«Quindici volte? Ma da quanto tempo è qui con la bancarella?»  «Vent’anni… »
Quel “vent’anni” aveva il tono di chi ti sta dicendo: «U capisti ca cca canusciu puru i chiova ri i mura, mentri a tia nun t’haju vistu mai?»(6)
«Mi scusi -gli chiedo ancora- ma Giuliano Gemma qua che c’entra?»
«Cci putevu mettiri uno scheletro, per fare capire ca cc’è pericolo di muoriri si sicci va sbatti, ma stava troppo brutto, megghiu Giuliano Gemma, tanto è un mortu puru iddu, i ggenti u sannu … Lei su vitti stu film? Si chiama ”Una pistola per Ringo”…. a viri sta pistola? Cu un corpu sulu iddu ammazza una marina i ggenti …. io u ricu pi lei, si cci tiene a sta cabbina, a facissi livari….oppuru cci mittitti qualche luce, o a faciti tutta catarrinfrangente. A gente nun viri u palazzu e si va ‘mpiccica nna cabbina…e poi i vostri clienti su sempri cu u telefono sfasciatu…lo dica a qualcuno, lo dica lei ai vigili….cca ci hannu a mettiri qualche segnale, o i dossi…ci dica lei..io non ci parru.. » (7)       

Oggi ho guardato su google street view: il tavolinetto è li piazzato, da vent’anni. E penso alla straordinarietà di una città nella quale pare normale che una strada centralissima come via Dante, per qualche carenza di segnaletica, si trasformi spesso in una specie di rampa di lancio, che un uomo possa tranquillamente campare la famiglia vendendo per decenni coppi di sale per strada sfidando il fato e gli automobilisti che sbandano, e che per risolvere le questioni ci si affidi ancora alla forza di dissuasione di un pistolero infallibile. Però una cosa la devo dire: c’era più amore, passione e attenzione ai bisogni della città in quella bancarella che in tutta la classe dirigente e amministrativa che da sempre governa le nostre città e la regione siciliana.

Note:

(1)Questa cabina è salva per miracolo. Guarda qua, non lo vedi che è tutta ammaccata?

(2)Qua stamattina è successo un bordello!

(3)Una macchina è andata a sbatterci stamattina, non è la prima volta che capita … l’altra volta mi hanno mancato per poco, la bancarella mi è finita per terra un paio di volte.

(4)Quando fa buio, le macchine partono da lì sotto a tutta velocità (…) foglie bagnate della ringhiera, gli sembra che c’è ancora rettilineo davanti, e vanno a sbattere sulla vostra cabina … mi ascolti, la faccia togliere questa cabina se ci tiene.

(5)Uuuuhhhhh, a questo del primo piano gli è andata distrutta una macchina, a quello del secondo piano tre macchine distrutte! Le posteggiavano qua davanti … Io da quando sono qua con la bancarella ho visto andare distrutte almeno quindici macchine.

(6)Lo hai capito che qui conosco pure i chiodi dei muri (conosco tutti), mentre a te non ti ho mai visto?

(7)Potevo metterci uno scheletro, per fare capire che c’è il rischio di morire se ci si va a sbattere, ma stava troppo brutto, meglio Giuliano Gemma, tanto è un morto pure lui, la gente lo sa … Lei lo ha visto il film? Si chiama ”Una pistola per Ringo”…. La vede questa pistola? Con un colpo solo lui (il protagonista del film ) uccide una marea di gente … io lo dico per lei, se ci tiene a questa cabini la faccia togliere oppure ci mette qualche luce, o la fate tutta catarifrangente. La gente non vede il palazzo e va a sbattere sulla cabina…e poi i vostri clienti hanno sempre il telefono che non funziona…lo dica a qualcuno, lo dica lei ai vigili….che devono metterci qualche segnale, o i dossi…ci dica lei..io non ci parlo.

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